Timpa Leucatia

Timpa Leucatia
Comune:
Catania - Località: Leucatia
Coordinate inizio percorso: 15°04'56,10'' - 37°32'24,96''
Coordinate fine percorso: 15°04'59,85'' - 37°32'34,80''
Quota inizio percorso: 187 m.s.m. - Quota fine percorso: 206 m.s.m.
Tempo percorso (andata e ritorno): 1h
Distanza (andata e ritorno): 2 km
Grado difficoltà: 3/10

Descrizione:
La Timpa di Leucatia è il lungo costone lavico verde che si estende dall’ambiente umido sottostante la Villa Papale sino a monte San Paolillo, una sorta di corridoio verde che collega i quartieri di Barriera del Bosco e Canalicchio. Nell’area della Licatìa (così, ancora oggi, la chiamano gli abitanti di Barriera e Canalicchio) si possono mostrare almeno tre habitat con caratteristiche ecologiche differenti: l’ambiente umido, il pianoro di Monte San Paolillo e la Timpa di Leucatia. L’ambiente umido. E’ per molti aspetti unico, perché ormai circondato da case e strade di un centro urbano che ha fagocitato quella che una volta era periferia. Questa straordinaria zona umida urbana è dovuta alla presenza di numerose sorgenti di acque dolci provenienti dall’Etna. In seguito, infatti, al contatto tra le lave dei Centri alcalini eruttivi antichi e le argille marnose del Siciliano avviene l'affioramento delle acque sotterranee lungo una fascia compresa tra il territorio comunale di S. Agata li Battiati e Catania, una preziosa risorsa che favorì la formazione di insediamenti umani sin dalla preistoria. Certamente ne fruirono le popolazioni dell'Età del Bronzo, che ci lasciarono numerose testimonianze della loro presenza nelle tante grotte esistenti nelle antiche lave di Barriera e Canalicchio. Il Filoteo (Anton Giulio de Omodeo, 1557) ne cita l'esistenza nella sua "Siculi Aetna Topographia Atque Eius Incendiorum Historia", descrivendo l'antico porto di Ulisse o di Ognina, che si estendeva più profondamente verso ovest, prima di essere invaso dalle lave del 425 a.C, scese proprio a fianco di Monte San Paolillo: ”… il qual luogo fu detto Decatria, quasi luogo di trenta navi, ed oggi corrottamente da' paesani è chiamato Lycadija, dove si vedono le antiche vestigie di molti edificii e molte sorgenti d'acqua, dove oggi è un'osteria;…”. Le copiose acque di falda defluiscono a valle, in parte canalizzate nelle saje, vale a dire negli antichi resti di canalizzazioni, in parte scorrendo liberamente sul terreno, formando ruscelli, piccole cascate, persino laghetti. In quest’ambiente sono state censite non meno di un centinaio di specie vegetali. Là dove, per esempio, la presenza d’acqua è costante per l’intero periodo dell’anno si rinvengono diverse specie vegetali utilizzate dall’uomo in campo farmaceutico, erboristico, alimentare, cosmetico, come la Menta d’acqua (Menta aquatica), usata per la preparazione di dentifrici, collutori, bevande, infusi per la cura di infiammazioni delle vie aeree; il Crescione (Nasturtium officinale), una pianta assai ricercata per le sue proprietà farmaceutiche (è un buon diuretico ed espettorante) e per quelle culinarie, perché si presta alla preparazione di salse e mangiato come insalata dà un'eccezionale carica di vitamine e minerali; il Garofanino d’acqua (Epilobium hirsutum), utilizzato per curare dermatiti, faringiti, infiammazioni della bocca; il Sedano d’acqua (Apium nodiflorum), le cui foglie sono mangiate crude in insalata oppure cotte insieme ad altre verdure, mentre nella medicina popolare il decotto di tutte le parti o della sola radice è considerato un buon diuretico e antinfiammatorio dei reni e delle vie urinarie. Altrove, lo scorrimento dell'acqua può causare l'impantanamento del terreno ed è qui che si trova l'esile Cannuccia di palude (Phragmites australis), i cui fusti sotterranei, che i botanici chiamano rizomi, sono ricoperti da uno strato di una ventina di centimetri di acqua e fanghiglia, ma i fusti (culmi) possono svettare e superare i 4 metri di altezza. All'apice, il culmo presenta una pannocchia di colore bruno o violaceo lunga fino a 40 cm. Questa pianta è stata a lungo raccolta per realizzare stuoie e cannicci, per l’alimentazione del bestiame e come materiale di lettiera nelle stalle. Assieme alla Cannuccia è presente pure l’infestante Canna comune o domestica (Arundo donax), che forma in alcuni punti barriere talora insuperabili, con il fusto che può raggiungere i 6 m e oltre di altezza. Gli antichi Egizi usavano le foglie di questa pianta per avvolgere le spoglie dei defunti. Fino a pochi decenni addietro, il fusto era usato per realizzare i tetti delle case (“cannizzo”), canne da pesca, calami (strumenti per scrivere), bastoni da passeggio e come supporto per piante rampicanti, la vite e il pomodoro. E, ancora, per la sua flessibilità e resistenza, è utilizzato per realizzare le linguette sottili (le ance) di strumenti musicali a fiato come oboe, fagotto, clarinetto e sassofono. Per il suo elevato ritmo di crescita, la canna costituisce un ottimo candidato per la produzione di biomassa per uso combustibile e anche come fonte di cellulosa per l'industria della carta. É inserita nell'elenco delle 100 specie aliene più dannose del mondo. E, ancora, nell’ambiente umido della Licatia è presente, nei tratti in cui l’acqua forma pozze più profonde, l'elegante Tifa (Typha latifoglia), elegante pianta caratterizzata da una pannocchia color ruggine lunga una trentina di centimetri. Per la sua resistenza a condizioni di elevato inquinamento biologico è utilizzata negli impianti di fitodepurazione. Il rizoma è utilizzato a scopo alimentare per la sua ricchezza in amido, mentre le foglie sono usate per impagliare fiaschi. Dalle nostre parti, le infiorescenze erano un tempo usate per “calafatare”, cioè impermeabilizzare le botti del vino. Le sorgenti affioranti alla base della Timpa danno vita a un breve corso d’acqua che scende lungo l’impluvio coincidente all'incirca con la linea di confine tra i Comuni di S. Agata li Battiati e di Catania. E' davvero cospicua la portata d’acqua del corso principale: 30 litri il secondo nei mesi estivi, 80-100 nei mesi invernali, senza considerare la quantità d’acqua che si disperde nel sottosuolo prima che giunga nel collettore e quella che sgorga da altre sorgenti poco accessibili o ancora sconosciute. Le acque scorrono in superficie per circa un centinaio di metri fino all'altezza dei ruderi dell'acquedotto benedettino. Qui, attraverso una caditoia, l’acqua in parte confluisce nel canale di gronda, da cui chissà quando dovrebbe raggiungere il parco Gioeni per farne un uso irriguo, ma gran parte di essa scompare nel sottosuolo (creando non pochi problemi agli scantinati delle palazzine di via Tito Manlio Manzella scriteriatamente costruite proprio sull'acqua!) per riaffiorare, dopo diversi chilometri, tra gli scogli di Ognina e Cannizzaro. A tutt'oggi, dunque, l'acqua della Leucatia è stupidamente dispersa nel sottosuolo. Tra il 1593 e il 1597, i monaci benedettini acquistarono due aree nella zona della Licatia, da tempo immemorabile ritenuta un autentico serbatoio idrico. In questo sito, nel 1644, sotto la direzione dell’Abate Mauro Caprara, s’iniziarono i lavori per la costruzione della casa di villeggiatura e convalescenziario (oggi, villa Papale) e di un imponente acquedotto che attraversava quasi tutta la città. Quell’altura ricca di vegetazione e acqua purissima, da cui era anche possibile ammirare tutto il panorama della Catania seicentesca, doveva servire ai monaci cassinesi per una duplice funzione sia di ospitare i confratelli anziani e malati, sia di ricavare una cospicua rendita dall’utilizzo di quelle acque. Ultimati i lavori, nel 1649, l’acquedotto consentì, per la prima volta, ai cittadini catanesi l’approvvigionamento idrico senza dover più ricorrere al fiume Amenano e alla gurna d’Anicito (il lago di Nicito), oltre che alle cisterne e ai pozzi privati. Gli stessi monaci, che nella seconda metà del XVI secolo avevano scelto di abbandonare il sito originale per trasferirsi e stabilirsi all’interno delle mura della città, riuscirono così nell’intento di consolidare ancora di più i legami col potere politico cittadino, stipulando un accordo col Senato catanese, che, in cambio dell’acqua, s’impegnava a effettuare le eventuali opere di manutenzione dello stesso. L’acquedotto che si dipartiva dalla Leucatìa si sviluppava lungo un percorso quasi parallelo all’odierna via Leucatia fino ad arrivare al Tondo Gioeni, dopo aver alimentato ben dieci mulini, da cui il convento ricavava circa 656 onze. Ancora oggi, all’interno del Parco Gioeni, si conserva la struttura muraria di uno degli originali mulini alimentato dall’acqua che scorreva a pelo libero, ad eccezione di qualche tratto chiuso. Da qui, la grandiosa saja benedettina continuava il suo percorso fino al “Piano delle forche”, (oggi, piazza Cavour), così denominata per la presenza di un patibolo. Nella vasta piazza, l’acquedotto, che alimentava un lavatoio pubblico funzionante sino alla fine dell’800, si biforcava: un ramo proseguiva per andare ad alimentare il parco dei principi di Biscari, dove oggi c’è la villa Bellini, mentre l’altro ramo attraversava vari quartieri per confluire poi nella “Botte dell’acqua” (all’altezza dell’attuale numero civico 727 di via Plebiscito, nei pressi del deposito dei bus dell'Amt), cioè nel vano a cupola che serviva a dividere le acque necessarie al cenobio benedettino ubicato alla Cipriana (piazza Dante) da quello destinato al fabbisogno degli abitanti della città. L’acquedotto, al quale in seguito furono aggiunte anche le acque del Fasano e di Cibali, fu utilizzato dalla città fino a tempi recenti per l’irrigazione di orti e giardini. Ancora nell’immediato dopoguerra, alcuni dei mulini del tratto superiore erano in funzione, ma più tardi, con l’urbanizzazione della città, avvenuta intorno al 1957-1958, non vi fu più la necessità di una sua utilizzazione e cadde in disuso. I ruderi dell’imponente acquedotto benedettino sono ancora oggi visibili all’interno della zona umida e all’inizio di via Tito Manlio Manzella, dove i paletti di legno della recinzione sono stati quasi tutti trafugati da ignoti, nessuno si cura di rimuovere la spazzatura all’interno dell’aiuola e su uno dei pilastri dell’acquedotto è stato sfregiato da una targa toponomastica apposta da impiegati comunali. Altri spezzoni dell’acquedotto resistono da oltre tre secoli e mezzo all’interno del Parco Gioeni (oggi in pressoché totale stato di abbandono, rischia di crollare), nella parte alta di via Caronda (liberato alcuni anni fa da una baracca abusiva) e in piazza Montessori, dove negli anni ’70 con becera ignoranza ne demolirono un tratto per costruirvi i plessi di una scuola. La Timpa di Leucatia. Dall’ambiente umido, si protende verso est un panoramico costone lavico che s’affaccia sulla città come una terrazza naturale e che è caratterizzato da una vegetazione tipicamente a macchia mediterranea, la quale sta riconquistando i terreni lasciati incolti dall’uomo. Con il termine dialettale "Timpa" s’indica la scarpata rocciosa ad andamento pressoché verticale, la cui origine è in genere connessa alla presenza di strutture tettoniche attive (le faglie) o all'erosione marina o all'effetto combinato dei due fattori. La Timpa di Leucatia sembra essere il risultato dell'erosione marina. Solo di recente è stato possibile attribuire alle lave della Leucatia una datazione assoluta di 135.000 anni. Secondo gli studiosi, in questa fase della storia del vulcanismo centri eruttivi variamente dislocati davano origine a colate molto fluide che invadevano, colmandole, le incisioni idrografiche esistenti, giungendo talora fino a mare, come probabilmente è accaduto per le lave della Leucatia. La sovrapposizione di queste colate fluide ha determinato la formazione di un paesaggio tabulare che, nonostante l'accumulo di lave più recenti, è ancora oggi riconoscibile nell'area compresa tra Sant'Agata li Battiati, San Giovanni la Punta, San Gregorio, Aci Sant'Antonio, Aci San Filippo, Valverde. Nella Timpa di Leucatia lo spessore massimo di queste lave è di circa 20 m. Si tratta di una lava molto compatta, anche se molto fratturata, di colore grigio scuro, con grossi minerali visibili a occhio nudo di plagioclasi e augite. Abbondante è pure l’olivina con cristalli di dimensioni anche superiori ai 2 mm. Il basamento di questa formazione lavica è costituito da un deposito di sabbie, ghiaie e blocchi, di tipo continentale, all'interno del quale sono presenti livelli di materiale vulcanico piroclastico e lavico rimaneggiato. Questo deposito si sovrappone alle sottostanti argille marnose grigio-azzurre del Pleistocene inferiore-medio. Il vasto pianoro alla base della Timpa e il declivio che scende sul lato orientale del Monte S. Paolillo presenta aspetti analoghi a quelli del pianoro sovrastante, ma il maggior disturbo legato alla parziale urbanizzazione, con movimenti terra e abbandono colturale, hanno favorito la diffusione di alcune specie invasive esotiche, come le Campanelle (Ipomea indica), il Ricino (Ricinus communis), l’Ailanto (Ailanthus altissima) e la già citata Canna domestica (Arundo donax). Gli agrumeti abbandonati finora non soggetti a incendi sono invasi da specie autoctone, quali il Vilucchio maggiore (Calystegia selvatica) e il Rovo (Rubus ulmifolius). Il pianoro di Monte San Paolillo. Il pianoro di Monte San Paolillo è la parte più elevata del territorio ed è pure quella in cui la mano dell’uomo è stata piuttosto pesante e continua a esserlo a giudicare del recente devastante intervento urbanistico a poche decine di metri del sito archeologico di monte San Paolillo, cantiere per fortuna non più operativo grazie all’intervento della Magistratura. Ancora oggi, buona parte di questo pianoro è occupato da agrumeti coltivati. In altri tratti, invece, le pratiche colturali sono state abbandonate e l’incolto è occupato soprattutto da una vegetazione dominata dalla Scarlina (Galactites tomentosa). Ai margini dei terreni incolti, dove sono stati riversati diversi rifiuti, abbonda il Ricino (Ricinus communis). Nonostante il quadro della vegetazione del pianoro sia così fortemente condizionato dall’opera dell’uomo non mancano alcuni aspetti di grande interesse naturalistico. Nei tratti rocciosi sfuggiti alle pratiche colturali, infatti, si può rinvenire qualche isolato esemplare di Quercia virgiliana (Quercus virgiliana). Negli ultimi secoli, i boschi a Quercia virgiliana presenti sull’Etna hanno subìto una pesante riduzione sino a scomparire del tutto in estesi territori del vulcano. Soltanto modesti lembi di bosco più o meno degradato sopravvivono, oggi, sui versanti orientale e meridionale, come il piccolo bosco di contrada Campanarazzu, nei pressi di Misterbianco, scampato all’eruzione del 1669, ma adesso minacciato dall’antropizzazione. Negli uliveti in abbandono sono presenti l’Euforbia (Euphorbia dendroides), che mette le foglie d’inverno e le perde in estate assumendo un aspetto scheletrico (i rami, se strappati, secernono un lattice bianco irritante al contatto con la pelle); l’Alaterno (Rhamnos alaternos), tipico arbusto sempreverde resistente all'aridità, alle elevate temperature e alla salsedine, con i frutti usati per le proprietà lassative e il legno che emana un odore sgradevole appena tagliato; il Bagolaro (Celtis australis), che i catanesi chiamano “Minicucco”, il cui frutto era usato dai ragazzi come proiettile per cerbottane, mentre il legno, in passato, era utilizzato per costruire remi e i manici delle fruste. In cima al monte San Paolillo, resistono all'ingiuria del tempo e dell'uomo i ruderi di un edificio che ricorda la tipologia di alcuni monumenti sepolcrali romani rinvenuti nella città di Catania e in alcune aree della fascia costiera ionica. Sin dal XVII secolo, si narrava di un’antica costruzione risalente al II-III sec. d.C., riferibile a un tempio di epoca romana, dedicato alla dea Leucotea, di forma quadrata, edificata con grossi blocchi basaltici, con all’interno tre nicchie e coperta a volta. La forma quadrata era ascrivibile alla presenza di muri di rivestimento sui lati est, sud e ovest, prolungati fino a incontrarsi ad angolo retto. Le pareti dovevano presentarsi prive di alcun rivestimento marmoreo. La costruzione della monumentale tomba, agli inizi del ‘900, subì consistenti modifiche. Per consentire, infatti, sia una più comoda visione panoramica della città, sia l’appostamento di cacciatori pronti a sparare all’avifauna di passaggio, sarebbe stato costruito un terrazzino con annessa scalinata al posto dell’originaria artistica cupola. Sempre qui, la Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Catania, dal novembre al dicembre 1994 ha condotto una campagna di scavi in seguito alla quale sono stati riportati alla luce, sparsi in un raggio di alcune decine di metri, altri interessanti ritrovamenti: il banco lavico del monumento funerario, una tomba a cassa (sempre di epoca romana), un muro spesso 80 cm e lungo 6 m, che gli esperti, esaminata la tecnica di costruzione, fanno risalire addirittura al IV sec. a.C. E, ancora, materiale ceramico attribuibile al passaggio dal Tardo Bronzo all’Età del Ferro, frammenti ceramici ascrivibili al periodo che va dal Bronzo medio all’epoca greco-arcaica. L’anno successivo, inoltre, sono stati rinvenuti lembi di ciottoli fluviali compattati, sormontati da un piano di calpestio in terra battuta e pochi frammenti riconducibili presumibilmente al Bronzo medio. La breve campagna di scavi ha consentito agli archeologi di verificare quanto già scritto nei secoli passati dai cultori della storia catanese e vale a dire che la presenza di notevole materiale stratificato non solo testimonia con certezza il passaggio di antiche civiltà, ma apre nuovi scenari dalla Preistoria alla colonizzazione greca. Ora, una campagna di scavo della Soprintendenza effettuata a poche decine di metri dal cantiere bloccato dalla magistratura ha riportato alla luce i resti di un villaggio preistorico. Ne sapremo sicuramente di più nelle prossime settimane. L’analisi dei reperti finora recuperati confermano che la colonizzazione del territorio non è avvenuta solo a partire dalla città antica, ma contemporaneamente in aree periferiche che potevano avere per i Calcidesi una posizione strategica militare ed economica. E la collina di Leucatia risponde a queste esigenze, tant’è vero che fu abitata da uomini primitivi che sfruttarono le sorgenti d’acqua e la naturale posizione di difesa del sito. Le conoscenze raggiunte permettono, inoltre, di affermare che non solo l’area ricopre un interesse archeologico di gran pregio in quanto testimonianza diretta d’insediamenti indigeni pre-coloniali, ma anche dell’appartenenza del monumento funerario a una vasta area di necropoli di epoca romana asserita lungo la direttrice della Catania-Messina. Un’altra importante annotazione è che l’attuale area era un’impenetrabile selva di querce e pini. In epoca romana, la legna ricavata da quei boschi, una volta trasferita nei cantieri dell’Urbe, servì in gran parte per la costruzione della flotta navale romana. La fauna della Timpa di Leucatia. E’ davvero straordinaria la varietà di forme di animali vertebrati e invertebrati che popolano la Timpa di Leucatia. Tra i vertebrati spiccano tra tutti gli Uccelli. E’ facile, infatti, avvistare il Gheppio (Falco tinnunculus) mentre fa lo “spirito santo” sul costone della Timpa, durante il quale si mantiene fermo in aria a osservare il suolo in cerca di prede (topi). Percorrendo i ruscelli della zona umida è frequente udire il canto melodioso dell’Usignolo di fiume (Cettia cetti) e della Capinera (Sylvia atricapilla), notare in volo il Cardellino (Carduelis carduelis), l’Occhiocotto (Sylvia melanocephala) e la Ghiandaia (Garrulus glandarius). Tra i rapaci notturni, il Barbagianni (Tyto alba) e l’Assiolo (Otus scops), che la gente conosce col nome di “Chiù”. Purtroppo, gli Uccelli della Timpa devono fare, ancora oggi, i conti con dei predatori assai più temibili di quelli naturali: gli uccellatori, che sono delinquenti che, nascondendosi all’interno di rozzi capanni di canne, fanno scattare le loro micidiali reti in precedenza distese lungo i corsi d’acqua oppure sull’erba delle radure, nei pressi delle quali collocano una piccola gabbia con un uccellino che fa da richiamo. E’, questa, una barbara tecnica di caccia, praticata da persone prive di scrupoli che, dopo averli catturati, rivendono nei mercati rionali gli uccelletti sani catturati, mentre abbandonano per terra agonizzanti quelli con fratture alle ali o alle zampe. Nell’ambiente umido della Leucatia vivono anfibi come la “buffa”, il Rospo (Bufo bufo) e la “larunchia”, il Discoglosso (Discoglossus pictus). I Crostacei sono presenti con il Porcellino di terra (Isopodi terrestri del genere Asellus), i Gamberetti di fiume (Anfipodi del genere Gammarus) e l’ormai raro Granchio d’acqua dolce o di fiume (Potamon fluviatile), quest’ultimo assai diffuso fino agli anni ’70 e ricercato dagli abitanti del quartiere per scopi culinari. Recenti ricerche hanno permesso di accertare un’elevata densità delle popolazioni dei generi Asellus e Gammarus. Ecologicamente ciò ha un significato importante, perché l’eccessiva presenza dei Gammaridi indica una leggera contaminazione del corso d’acqua, mentre gli Asellidi presentano un’alta densità di popolazione quando le acque sono molto inquinate. Asellidi e Gammaridi sono, quindi, macroinvertebrati utilizzati come indicatori biologici d’inquinamento delle acque e la loro presenza la dicono lunga sullo stato di contaminazione delle acque della Leucatia, che pure sono risultate ottime dal punto di vista chimico-fisico. L’unica spiegazione plausibile è che l’abitato di S. Agata Li Battiati, posto sopra la Timpa, scarichi i propri liquami nella falda acquifera sotterranea, che è la stessa da cui provengono le sorgenti della Leucatia. Tra i Rettili presenti in tutto il territorio della Timpa sono molto diffuse le “Zazzamite”, vale a dire il Geco verrucoso (Hemidactylus turcicus) e il Geco comune (Tarentula mauritanica); il “Tiraciatu”, cioè il Gongilo (Chalcides ocellatus tiligugu) e “Serpi niura”, ossia il Biacco (Hierophis viridiflavus), un innocuo serpente che spesso fa una brutta fine perché confuso con la vipera. I Mammiferi sono presenti con la “Baddottola”, la Donnola (Mustela nivalis), la “Taddarida”, il Pipistrello nano (Pipistrellus pipistrellus), la Crocidura (Crocidura sicula) che l’occhio profano scambia per topolino, il Coniglio selvatico (Oryctolagus cuniculus), il Topo domestico (Mus domestica), il Topo selvatico (Apodemus sylvaticus) e il Ratto nero (Rattus rattus). Una ricerca condotta negli anni ’80 dal dott. Vittorio Nobile ha permesso di scoprire che nella Timpa della Leucatia volano ben 96 specie diverse di Apoidei (comunemente chiamati “api”), due delle quali sono endemismi siciliani, in altre parole che vivono soltanto in Sicilia e in nessun’altra parte del pianeta. Vicino ai corsi d’acqua gli Insetti acquatici sono rappresentati dai Ditteri, Coleotteri, Odonati, Tricotteri ed Efemerotteri. Quale futuro per la Timpa di Leucatia? Nonostante la massiccia urbanizzazione degli ultimi decenni, la Timpa di Leucatia ha mantenuto un ottimo stato di naturalità. Essa ha tutti i requisiti e le potenzialità naturalistiche affinché sia salvaguardata, valorizzata e fruita dai cittadini. Nei decenni passati, sono state molte le proposte affinché divenisse un’area protetta, ma purtroppo senza raggiungere risultati concreti. Con la nuova riperimetrazione del 26/2/04 e in base al Codice dei Beni Culturali vigente dal 01/05/04, in minima parte e solo all’interno del territorio del Comune di Catania, la Timpa di Leucatia è tutelata dai vincoli paesaggistico e idrogeologico e, più precisamente, come: - paesaggio urbano in base alla legge 1497/391 art. 1, punti 3 e 4, sostituita dalla Lgs. N. 490/99, art. 139, ulteriormente sostituita da D. Lgs. n. 42 del 22/01/04 “Codice dei Beni Culturali”; - area di interesse archeologico - previgente legge n. 431/85 art. 1 lett. m. sostituito del D. Lgs. n. 490/99 art. 146 let. m., ulteriormente sostituita da D. Lgs. n. 42 del 22/01/04 – Segnalata dalla Soprintendenza ai BB. CC. AA. di Catania, Sez. III Beni Archeologici, con nota n. 4910/III, in data 03/11/95, modificata con nota della Soprintendenza BB. CC. AA. di Catania, n. 1980 del 24/02/04; - area interessata da rischio di frana elevato – Vincolata ai sensi del Piano di Assetto Idrogeologico – D.A.T.A. n. 298/41 del 04/07/2000, come modificato con D.A.T.A. N. 652 del 12/09/2001. Nonostante l’apposizione di tali vincoli, i risultati sono stati scarsi e inefficaci, sia per la costante pressione urbanizzativa dei territori circostanti, sia per il fatto che l’area della Timpa ricade nei territori dei Comuni di Catania, S. Agata Li Battiati e Tremestieri Etneo. Ed è proprio per tali motivi che non sono più procrastinabili azioni per programmare e pianificare: interventi finalizzati alla conoscenza del patrimonio culturale e ambientale di tale territorio; iniziative finalizzate allo sviluppo e alla valorizzazione delle risorse storico-architettoniche, culturali e ambientali, mediante progetti per una fruizione compatibile; iniziative di ricerca delle risorse e dei finanziamenti necessari, magari con l’ausilio dei fondi comunitari per l’attivazione dei processi previsti da Agenda 21, in modo da inglobare quest’area nella rete ecologica nazionale. Obiettivi, questi, che si potranno raggiungere se si limita l’espansione urbana in atto nell’area considerata. Ma questa stupenda terrazza verde che s’affaccia sulla città si può sottrarre al degrado e all’urbanizzazione selvaggia soltanto con l’istituzione di un’area protetta e, affinché ciò si realizzi, occorre: ripristinare e conservare l’ambiente umido valorizzando la vegetazione autoctona; rendere fruibile l’area realizzando sentieri, punti di sosta e un centro di accoglienza visitatori. recuperare le testimonianze d’interesse storico-archeologico per la realizzazione di un Museo archeologico, nonché restaurare e rivalutare i tratti rimanenti dell’acquedotto benedettino; realizzare infrastrutture necessarie a un parco, quali parcheggi, recinzioni e demolire gli edifici abusivi incompatibili con il Parco; risanare dal punto di vista idrogeologico l’area, captando e riutilizzando le acque sorgive, obiettivo quest’ultimo più urgente e necessario. Considerando, infatti, la scarsità d’acqua che negli ultimi decenni affligge la città di Catania e Comuni limitrofi, sarebbe opportuno sfruttare le risorse idriche perenni presenti nell’ambiente umido della Timpa di Leucatia. Ciò è possibile, eseguendo inizialmente un trattamento di disinfezione delle acque e destinarle a uso irriguo sia dei terreni agricoli sia dei parchi e giardini pubblici, quale il vicino Parco Gioeni. Le acque della Leucatia potrebbero essere rese anche potabili, ma ciò richiederebbe un trattamento di disinfezione e un controllo più assiduo e, quindi, economicamente più gravoso; mettere in sicurezza l’intero costone roccioso della Timpa. Il Comune di Battiati è a buon punto, mentre quello di Catania è ancora fermo al palo e non si sa se riuscirà a recuperare i quattrini tornati indietro alla Regione. Giuseppe Sperlinga Articolo tratto da Catania Cultura

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Indicazioni percorso:
Alla fine di via Leucatia a Catania seguire il percorso del ruscello sulla sinistra.

Come arrivare all'inizio del sentiero:
Indirizzo di partenza:

(es.: Via Nazionale, 87, 00184 Roma, Italia)

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(*) Distanza, misurata in km, in linea d'area dall'inizio del sentiero.
(**) Distanza, misurata in km, in linea d'area dalla fine del sentiero.
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