Foto - Santa Maria la Cava
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Descrizione:
Il Duomo dedicato a Santa Maria la Cava e Sant' Alfio, fu edificato nell'impianto attuale tra il 1700 e il 1750. E' attribuito tradizionalmente all'architetto Vincenzo Vella da Malta. Fu costruito sulla piccola Chiesa di S. Alfio, sorta dopo il catastrofico terremoto del 1693, sulle rovine della precedente basilica dedicata a S. Alfio. Ha impianto basilicale, a tre navate, secondo lo schema tradizionale delle Basiliche Memorie o Funerarie edificate, sin dall'epoca paleocristiana, sulle tombe dei martiri. I lavori per la costruzione dell'attuale Duomo impegnarono per quasi cinquant'anni le risorse della città. Esso non fu del tutto terminato secondo il progetto originario, e tutt'oggi sono visibili diverse parti prive di decorazione pittorica. Esso è preceduto da un Sagrato di ciottoli bianchi e neri con motivi geometrici. La facciata di chiara impronta barocca è a tre ordini, l'ultimo è costituito dalla torre campanaria, in cui, nella nicchia centrale, spicca il campanone, fuso nel 1595 ad honorem Dei sanctorum fratrum martirum Alphii Philadelphi et Cirini.Di particolare interesse la porta lignea centrale. All'interno la Chiesa riccamente decorata è divisa in tre navate da due file di sei colonne per lato (numero simbolico indicante i 12 Apostoli). Sull'Arco trionfale è posta una scritta nella quale si dichiara che la Chiesa lentinese riconobbe Maria, Madre di Dio, prima del Concilio di Efeso. Gli affreschi della volta centrale e del transetto del secolo XVII, i quadri degli altari laterali e del vano presbiterale (altare maggiore), dei secoli XVII e XVIII raffigurano i tanti martiri della chiesa lentinese (altari laterali), storie di miracolati, cammino della Chiesa lentinese (altare maggiore). Nel catino absidale dell'altare maggiore, è posto un organo a canne della seconda metà del XVIII secolo. Nell'altare del Sacramento è custodita una icona bizantina, raffigurante la Madonna Odigitria, nella navata di destra sono visibili tre arcosolii paleocristiani affrescati, da tutti indicati quale sepolcro dei Santi martiri, essi sono ciò che rimane di un vasto complesso catacombale. In sagrestia è visibile un armadio ligneo intarsiato del secolo XVIII raffigurante Santa Tecla e Santa Giustina.
La cripta
Fin dai tempi più remoti la morte e le pratiche funerarie ad essa collegate hanno affascinato l’uomo: la morte non è solo la fine dell’esistenza ma ha in se tanto altro... non può essere circoscritta solo a un approccio materialistico. Per tale motivo, studiare e conoscere le pratiche funerarie utilizzate nel passato può aiutarci a tentare di interpretare il rapporto e il modo di intendere la morte: nel Regno delle Due Sicilie si diffusero particolari pratiche funerarie finalizzate alla preservazione dei corpi: la mummificazione e la scheletrizzazione. Entrambi i trattamenti venivano messi in atto in cripte sotterranee poste sotto la pavimentazione delle chiese o conventi (consuetudine diffusa in tutto il meridione d’Italia, soprattutto in Sicilia, dal XVI al XIX secolo), con la finalità di privare il corpo del defunto della parte putrescibile. Nella mummificazione, il corpo veniva posto in un colato orizzontale per far essiccare rapidamente i tessuti, anche grazie a particolari condizioni climatiche e ambientali, e subito dopo essere rivestito ed esposto. (es. Catacombe dei Cappuccini a Palermo). Nella scheletrizzazione il corpo veniva deposto in ambienti funerari “provvisori”, in posizione seduta su appositi sedili-colatoi, in muratura o ricavati nella roccia, dotati di foro centrale per il deflusso e la raccolta dei liquidi cadaverici e dei resti in via di decomposizione. Terminato il processo di putrefazione dei corpi, le ossa venivano raccolte, lavate e trasferite nella sepoltura definitiva dell’ossario, altro ambiente solitamente posto in prossimità delle cripte stesse. È proprio dal processo di putrefazione, destinato a liberare le ossa dalle carni in disfacimento che tali ambienti presero il nome di putridarium, come la cripta oggi visibile e annoverata fra quelle censite in Sicilia. Questo processo di scarnificazione, durante il quale l’aspetto del corpo attraversa una serie di modificazioni, è caratterizzato dal progressivo disfacimento delle carni (considerate elemento contaminante) fino alla completa liberazione delle ossa (simbolo di purezza e definitività), assimilabile, anche visivamente, ai vari stadi di dolorosa “purificazione” che l’anima del defunto deve percorrere nel suo viaggio verso l’eternità, accompagnato dalle preghiere e suffragi dei vivi. In tal modo la morte è un passaggio da un regime ontologico ad un altro, un passaggio durante il quale fra i vivi e i morti si stabiliscono forti relazioni (preghiere di suffragio, verifica dell’avvenuta scheletrizzazione... quasi un luogo di purificazione collettiva a metà strada fra il cielo e la terra), destinato a sfociare nella seconda definitiva sepoltura che sancisce la definitiva accreditazione del defunto nell’aldilà, con il suo conseguente cambiamento di stato.
Da Chiesa di sant'Alfio
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